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| Racconti e Storie |
| G. pompiere 1941-42
Racconto storico dedicato ai Vigili del Fuoco caduti in guerra
di Alessandro Mella
La sera, ci s’attardava in genere seduti sul selciato comodamente appogiati ai muri antichi e scrostati a chiaccherare o meglio ad ascoltare dagli anziani i racconti della loro giovinezza. C’era poi chi all’occorrenza sapeva tirar fuori al momento opportuno un buon mazzo di carte e così si ingannava il tempo e la malinconia. Accucciato in un angolo c’era il pugliese come l’avevano soprannominato, che scriveva lunghe lettere alla famiglia lasciata a Taranto da dove veniva. Ci si scambiava le impressioni, le confidenze, i pensieri e poi rincuorati un poco dalle reciproche parole di conforto, si riusciva talvolta a tirar su un sorriso e nei migliori dei casi a fare un po’ di spirito. La cosa durava ben poco per la verità poiché il maresciallo di turno lasciata la scrivania si alzava, attraversava il cortile e ci ricordava del poco tempo rimasto prima delle 22. Allora ci si levava e chi non aveva più incombenze si rinfrescava un poco e poi si buttava in branda, talvolta vestito per far più presto. In fondo, ai piedi della testiera stavano in genere accocolati in un angolo gli stivali da calzare in fretta al suono della campana. Su di una sedia al fianco del letto stavano invece il cinturone e l’elmetto, compagni inseparabili di tutte le avventure, scalfiti e sporchi, carichi dei segni della lotta e delle battaglie vissute. Sapeva di poco a dire il vero, un pompiere con l’elmo lucido e gli stivali lucenti, il fascino di un vigile si misurava sulla base dei bolli e della vernice saltata dall’elmo, sulle spellature degli stivali, sul nero fulligginoso che decorava il cinturone. Era questi cioè il modello che affascinava le nuove leve e la gente, l’uomo vissuto che portava i segni indissolubili delle fiamme e delle peripezie affrontate. Ma distesi sulla branda inziava la battaglia con se stessi, i propri pensieri affollavano le menti che volavano alle famiglie lontane, alle promesse di matrimonio ed a tutte le cause dei propri dolori. Tale era però la stanchezza che spesso il corpo batteva la mente e nel tempo di pochi minuti si scivolava in un sonno profondo. Era stanco G. quella sera, la giornata passata a smassar fieno in un fienile che la sorte aveva voluto bruciare interamente, l’aveva sfinito. Mentre tentava di prendere sonno, la sua mente volava verso la Bassa, la sua terra che aveva lasciato, portato in quella cittadina piemontese dalla guerra. Ripensava alla fanciullezza passata a dar la caccia alle rane sulle rive del fiume, pensava a quando aspettava la sera, che suo padre arrivasse dopo aver scorrazzato col 18 BL a menar le mani. Ancora gli sembrava di sentire l’odore di fumo sulla camicia del genitore, reduce di qualche doloso incendio a danno di qualche cooperativa o sede di partito. Era un odore (allora non poteva saperlo) che avrebbe condizionato la sua vita. Non passò però un ora da quando cadde tra le braccia di morfeo. La campana cantava e G. saltò rapido ed infilati gli stivali prese il resto e si lanciò verso le rimesse. Fu un balzo olimpico quello con cui salì sul vetusto Fiat 15 Ter, ultimo reduce d’una generazione ormai stanca e quasi scomparsa d’autocarri. Seduto dietro mentre s’aggiustava il soggolo dell’elmetto, senti il brigadiere parlare di cosa di poco conto a suo avviso, poì capì, l’ennesimo matto. Arrivati in fondo al corso alberato venne incotro al mezzo un anziano maresciallo dei Carabinieri, reduce del Piave e di Vittorio Veneto, uno di quelli cha avevano l’aria di averne mandati tanti di disertori davanti alle canne impietose dei moschetti 91. Il poveraccio, disse il maresciallo, stava appollaiato in cima alla quercia con lo sguardo perso nel cielo. Era uno sguardo infantile, a tratti appassionato e dolce, ma era comunque il frutto di una mente vaneggiante. Non si accorse il pover’uomo della cimetta della scala italiana che giunse a sfiorarle il corpo magro e secco. G. teneva salda la scala al pedone potendo sentire così il dialogo tra il suo collega e l’ignoto arrampicatore. Fu il vigile ad attacar discorso – Che fai?- per nulla turbato dal nuovo venuto il tizio rispose : - Sto qua- - Lo vedo che stai qua, ma a farci cosa?- - Aspetto gli apparecchi- - Ma quelli mica arrivano tutte le sere per fortuna, andiamo vieni giù altrimenti va a finire che ti tirano una schioppettata da sotto, non lo sai che non si va in giro la notte?- - Io qua rimango nessuno mi può dare ordini- - Oh bella e chi sei tu il duce?- L’ignoto personaggio non rispose più tornò ad esplorare con lo sguardo la stellata di quella bella notte invernale. Lo tirarono giù a forza allora, e se lo porto via un’ambulanza senza che potesse spiegare che per lui vedere per primo gli aerei era a suo avviso un gran vantaggio, poteva almeno raggiungere il rifugio per primo e non trovare tutto pieno come sempre. Il viaggio di ritorno fu per G. un pensiero continuo sul personaggio della pianta, poi siccome nella notte gelida l’aria ghiacciata colpiva il viso s’alzo il bavero del pastrano giacchè tra l’altro il brigadiere gli dava le spalle e tanto non poteva vedere. Colpito nella fantasia, dalla follia del matto capì ancora una volta a cosa porta il terrore, ma non fece a tempo a pensar di più che dovete riaggiustarsi il colletto in vista della caserma. La prima occupazione della mattina, fu andare a curiosare per vedere il nuovo autocarro che si vociferava era stato consegnato di prima mattina. Era una bella macchina dalle linee moderne e dall’aspetto imponente. La cabina chiusa, i sedili in legno ed una motopompa enorme completavano il bel 38 Spa messo su dalla Bergomi. Tale era la foga di vedere il nuovo trastullo dei vecchi pompieri anziani e degli autisti, che il G. s’attardò e trovò ormai tiepida la tazza del surrogato tra l’altro già imbevibile di sua natura. Venne così sera e come sempre tutti si riposavano nel piazzale, i più ai piedi del castello o sparsi qua e là. Esordì Mantoldi: - Chissa come mai i tommy non si vedono da giorni, non è che preparano qualcosa?- - Quelli preparano sempre qualcosa- - Arriverrano non temete, non si scordano di noi, hanno bombe mica solo per la Germania- - Mi moglie non dorme più, ha un tuffo al cuore ogni volta che l’EIAR annuncia un incursione da queste parti- - E’ per tutti così, e poi che credi che quando si parla del fronte i parenti di chi è in prima linea non stiano male?- - Be è il prezzo per la vittoria- - Vedremo intando però piove piombo- E fu in quella che uno di loro scorse al fondo del cortile il Geom. Guastioni, che sciarpa del littorio, era fascista tra i fascisti. Si guardarono ed un ghigno beffardo si dipinse sui loro volti. Attaccarono così a cantare Giovinezza ed il Geom. si irrigidì fiero e sorrise compiaciuto senza capire il senso goliardico del coro che cantava non tanto per fede nell’idea, quanto per il divertimento di vedere il poverino tutto fiero ed incapace di comprendere il senso provocatore del canto. - Che c’è di meglio che dar soddisfazione ad un pollo che non capisce quando lo si sfotte?- esordì uno di loro. - Il confino se continui così, - rincalzo Gioletti già graduato della Milizia - Ah non si può più scherzare qui?- - Non è il punto però non bisogna esagerare- Poi la discussione si chiuse e l’unico orizzonte che si apriva ai loro occhi era la camerata, la branda ed una buona dormita. La notte un paio di Wellinghton avevano lanciato degli spezzoni incendiari sulla città ed i pompieri l’avevano quindi passata ad eliminarli. Erano reduci da un incursione su Genova, e prima di passare le alpi, gli inglesi avevano voluto alleggerirsi mollando il carico avanzato sulla prima città capitata al loro tiro. Era ben poca cosa in realtà come incursione, frutto appunto dell’improvvisazione e quindi soggetta all’imprecisione ed al tiro casuale. Il solo suono delle sirene antiaeree però aveva dipinto l’orrore sul volto di tutti e la tensione nervosa aveva raggiunto i livelli di guardia. In qualcuno aveva anche rotto gli argini causando discussioni nate da ragioni futili, pianti di nascosto nei gabinetti più isolati e perfino qualche senso di nausea di indisposizione. In G. tutto questo aveva solo aumentato la malinconia e la nostalgia per la casa ed i genitori lontani in quel paesino a pochi Km da Reggio. In quella allora rammentò della foto che si era fatto stampare a cartolina la settimana prima. Vi scrisse quindi sul retro parole rassicuranti e saluti più che mai affettuosi prima di spedirla a casa. Appariva nella foto sereno e sicuro nella sua divisa meno consumata. I fasci al bavero sembravano luccicare ed il berretto a bustina compriva un poco il segno livido che qualche giorno prima s’era procurato con una capocciata in officina. Sapeva bene che la madre anziana inforcati gli occhiali avrebbe scrutato in ogni angolo la foto per assicurarsi della buona salute del figliolo lontano. Imbucò quindi la cartolina ed il pensiero della gioia che avrebbero avuto nel riceverla, lo risollevò e sembrò dargli un poco di fiato. Non c’era in verita molto con cui far festa la sera che chiudeva quello strano 1941. Poco vino e poco cibo, ma la cucina aveva lavorato sodo tutto il giorno ed a sera tutti i pompieri nel refettorio si gustavano rasserenati il frugale rancio di capodanno. Alle 21:15 scese nella sala il comandante Ing. Teodorossi un uomo sulla cinquantina, alto e possente nell’aspetto, dava ormai di se l’aspetto dell’uomo stanco, vessato da responsabilità crescenti, affaticato dalla burocrazia, dalle difficoltà e dal senso profondo di impotenza davanti alla tragedia delle macerie che conquistavano sempre più la città. Il volto smagrito e pallido, il passo marziale ma stanco caratterizzavano infine l’uomo che più di tutti rappresentava i loro valori. Ringraziò tutti, lodò l’impegno dei più e fece i suoi auguri più cordiali prima di ritirarsi, era cambiato nel giro di poco tempo, alla Santa Barbara era riuscitò ancora a trovar la forza di brindare con loro, ora era stressato all’inverosimile e forse guardava più lontano intuendo l’abisso avanti al paese, la tragedia in cui sarebbe caduta la nazione. La mangiata riuscitissima fu di conforto enorme per tutti e dopo il brindisi (assai limitato il vino in verità) ognuno tornò al proprio lavoro o meglio chi ancora ne aveva a quell’ora, o al proprio letto. Era il 1942, l’anno nuovo, quello in cui nei mesi successivi avrebbero sentito alla radio, di “ripiegamenti strategici sul fronte orientale” di “eroica resitenza” a Stalingrado ed Ed Alamein ed insomma alla mascherata disfatta dell’asse. Il freddo pungeva sotto la divisa nel gennaio del 42. La notte poi, si rischiava di rientrare con i pezzetti di ghiaccio appesi ai capelli che spuntavano dall’elmo o appesi a baffi e barbe dei pochi che li portavano. Bombardavano lo stesso però, ed in poche settimane la violenza delle bombe azzerò la città ed il muro più alto in alcuni quartieri raggiungeva magari i 60 cm. Si sentiva ancora il rombo degli aerei quando si correva per le strade, si dovevano schivare i crateri e spesso le esplosioni. G. era assai stanco, le incursioni ormai si susseguivano da giorni tutte le notti. Mentre scavava a mani nude tra le macerie del dopolavoro locale, ove si sospettava si fossero rifugiati in parecchi prima del crollo, giunse la seconda ondata. Fu cosa di pochi secondi, esplosioni in ogni angolo ma ne lui ne gli altri ebbero la forza di interrompersi. Si sentivano voci sotto la polvere ed i calcinacci, non potevano fuggire e lasciarli lì. Poi il calore inteso nella schiena, un bruciore profondo, un senso di pace suprema, il sapore secco e sgradevole della polvere nella bocca, e una trave gravante sul petto. Capì presto G., che la bomba era esplosa vicino, troppo per non ferirlo, troppo per non seppellirlo a sua volta sotto le macerie. Maledette macerie pensò, se valessero qualcosa l’Italia sarebbe ricchissima. Poi la mente partì verso la bassa, corse lungo le rive del grande fiume, si attardò tra i campi a guardare i mezzadri menar la zappa e tirar I birocci, poi spedita arrivò a casa e si accuattò vicino ad un bambino di nome G. dormiente nel suo lettino cullato dal suono melodioso della pioggia. Poi il G. grande, il G. pompiere chiuse gli occhi, il buio si imposseso del grigio della polvere attorno a lui ed il dolore delle ossa cessò dolcemente. All’unisono con l’ultimo liberatorio respiro anche l’ultimo pensiero sfiorì lontano lontano in un paesello della bassa salutato tanto tempo prima.
CARLO A LONGARONE di Alessandro Mella
La nebbia umida e densa si distendeva sui binari e sulle campagne della Ciociaria quasi a nasconderne i contorni e le figure. L’alba illuminava appena quel poco che tra la foschia si poteva scorgere, ed un freddo pungente passava sotto i vestiti fino a discendere alle ossa. Carlo, aveva lasciato il suo paesello in un giorno del Settembre del 1963, e mentre puliva il finestrino appannato con la manica della giacca, pensava al suo mare, al sole caldo ed alle lampare che all’alba illuminano la battigia. La sua Puglia era ormai troppi Km indietro e davanti a lui si apriva la lunga strada verso la capitale. Giunto a Termini rimase sconcertato, gente che andava e veniva in ogni angolo, decine di treni e littorine in attesa della partenza, finanzieri affacendati tra borse e valige, impazienti viaggiatori e facchini indaffarati. Ma lo spettacolo più emoziante fu quel cancello che si apprestava a varcare, al fianco una grande pietra l’accoglieva, grande e chiara la scritta: Scuole Centrali Antincedi. L’ambiente spartano e marziale dapprima lo spaventarono, poi ci fece abitudine, come ai pantaloni in lanetta che sulle prime davano un prurito insopportabile. La notte in branda, gli tuonavano nelle orecchie le grida del maresciallo che ogni mattina li tempestava di parole quando appollaiati alla meglio sulla scala all’italiana tentavano di metter su quei pezzi di scala, così pesanti così freddi alle prime ore di mattine d’autunno. La sera del 9 di Ottobre Carlo non si fermò molto a chiaccherare con gli altri, era stanco ed infreddolito, sentiva il raffreddore in arrivo e si distese, ma non sapeva, non immaginava. Prima dell’alba, quando la sua mente sognava terre lontane ed avventure dal sapore dolce e tropicale, il suo sonno fu interrotto dal suono angosciante della campana. Nel piazzale buio un Ing. con la cravatta mal annodata dalla fretta li guardò e poi con fare deciso annuncio “Preparate tutte le vostre cose, fra dieci minuti dovrete essere sui carri, si parte immediatamente, non perdete tempo il viaggio è lungo”. Ogni giovane gettava alla veloce ogni cosa nelle borse grigioverdi, mentre brigadieri nervosi ed assonnati sollecitavano con grida poco rassicuranti. Poi Carlo non resistette ed un poco nervoso per il brusco risveglio si girò e di scatto rispose “Giacchè avete tanta fretta, potreste anche spiegarci il perchè!”. Il silenzio piombò nella camerata, I ragazzi si aspettavano la brusca reazione del sottoufficiale dall’ espressione stizzita. Poi questi rasserenò volto forse comprendendo le parole di Carlo ed allora disse “Si va nel Veneto, una inondazione o roba simile ha distrutto delle case o forse più, per ora non se ne sa quasi nulla”. Il motore del 640 rombava tra la colonna di mezzi che correva verso nord nella notte buia ed umida. Tremava tutto l’autocarro e sotto il telo entrava l’aria gelida che gelava le ossa impedendo ai più arditi di sonnecchiare qualche ora. Poi finalmente il giorno e la luce che timida ed indiscreta filtrava nel cassone. Fu improvvisa la frenata, tanto che uno di loro semiaddormentato cadde pesantemente sul ragazzo di fronte rialzandosi goffamente sotto lo sguardo stizzito dello sventurato che lo aveva ricevuto addosso. Il telo s’alzo con tanta violenza che la luce improvvisa abbagliò tutti e la voce roca del Maresciallo spavento i più, - Un poco di sosta, scaricatevi in fretta che poi ripartiamo-. Scesero e con difficolta ridistesero i muscoli delle gambe già impietriti da lunga permanenza sul carro. I più camminavano qua e là, qualcuno appoggiato al parapetto sfumacchiava una sigaretta. Si era alla meglio nei pressi di Bologna e la strada era ancora lunga. Per la strada ognuno tentava di stimare le ragioni di una così rapida partenza, nessuno d’altra parte poteva immaginare le proporzioni della tragedia che aspettava i loro giovani e curiosi occhi. All’imbrunire, gli ausiliari marciavano carichi di borse e materiali su di una strada dissestata che montava dritta verso monte. Fu all’improvviso che voltata una curva stretta ed ingannatrice si trovarono di fronte a qualcosa che, per la sua natura avrebbe lasciato atterrito chiunque. Il vuoto che si trovarono dinnanzi lasciava poco spazio alla fantasia e lo sgomento che una visione così tremenda dava era indescrivibile. Nessun uomo avrebbe trovato mai le parole per rendere un idea di quello spettacolo e delle sensazioni che dava. La valle che si stendeva sotto di loro non c’era più, ai piedi dei due costoni, un lungo mare di fango e detriti distesi come se, una mano invisibile avesse abbatutto senza pietà alcuna, un castello di sabbia. Ma non c’erano castelli di sabbia lì, e nemmeno castelli veri, c’erano case, strade, piazze e fabbriche, di gente semplice, un tempo forse povera ma felice. A dominare quel “tanto di nulla” c’era distante la parete grigia ed altissima della diga, che sovrastava come una regina del dolore, i resti martoriati di terre vive e pulsanti. Come punti quasi invisibili, centinaia tra soldati, carabinieri, pompieri e civili si muovevano tra quel mare di morte alla ricerca in quelle prime ore dal disastro di qualche vita ancora aggrappata a se stessa, in attesa di una mano misericordiosa e di un aiuto. Carlo ristette, sbiancò e sulle prime il suo corpo non resistette e tanto sconvolgente fu quella visione, che quando la natura l’aiutò a svuotare lo stomaco, senti un desiderio profondo di ringraziare Dio per quella liberazione. Scesero e si fermarono su un piccolo piano a qualche centinaio di metri dal Piave, che scorreva lento e sofferente sotto uno strato compatto di legnami, rifiuti e purtroppo di persone nascoste tra le frasche e tra le masserizie che gallegiavano. Ormai il sole calava lento, quasi a voler nascondere con il buio delle tenebre un qualcosa di troppo tremendo per essere guardato. Tremavano le mani di quei ragazzi costretti dalle circostanze a diventare uomini e pompieri in poche ore, mentre tentavano di incastrare vanamente i pezzi delle tende da campo. Si distesero alla meglio perchè il viaggio lungo e disagiato non aveva certo giovato a nessuno di loro. Le tute di tela leggere coprivano la giubba di panno, infilate negli stivali, chiuse in vita rendevano goffi e buffi. La bustina portata alla “Dio ti strafulmini” ed il cinturone che pesava sui fianchi per lavorare sugli argini. Legati ci calava lenti verso l’acqua, che fatica era per loro spostare I tronchi che l’ondata aveva scaricato nel fiume. Di tanto in tanto, tra il legname si scorgeva un corpo, poi un altro ed un altro ancora, si agganciavano e si tiravano a riva nel modo più dignitoso possibile. L’odore nauseabondo impregnava le vesti ed a sera ci si lavava come si poteva, e così per giorni e giorni. Ma tale era la complessità psicologica dell’evento che ormai quei ragazzi non propovavano più emozioni, come tutti i pompieri sapevano ci avrebbero pensato dopo, alla fine sì, sarebbero crollati al pensiero di quei recuperi, delle scene orribili, delle vittime. Fu dopo settimane che quei giovani ricevettero la notizia, il corso torna a casa, le “spine” lo sostituiranno. Ma come potevano andare via loro che tra I primi erano arrivati lì? Loro che li avevano visti i corpi nel Piave? Loro che avevano lavorato sulle rive inquinate dal cianuro disperso nel fiume? Loro che avevano dormito al gelo tra il fango e quegli odori inenarrabili? E se non voleva partire il Maresciallo di Rovigo, quello che era arrivato con loro e che diceva sempre – Se comincio un intervento io lo finisco- allora come potevano girare le spalle loro? A vent’anni si può distruggere il mondo ma la ragione si acquisisce dopo. Fu dopo il rancio che si presentò di fronte a loro un ufficiale in eschimo, stanco e provato trovò la forza di dire loro – Figlioli, è per voi il momento di riposarvi e lasciare che altri vi sostituiscano, io ho conosciuto il vostro lavoro, il vostro impegno, pochi ausiliari hanno dovuto fare quello che avete fatto voi. Avete dato tutto, io ricorderò tutti voi, tutti i permanenti e tutti i volontari che ho visto qui. Ma siete stanchi ragazzi miei ed è ora di riposarvi. Portate nei vostri cuori questa esperienza e quando la società vi vorrà al lavoro fatene tesoro e non permette che accada mai più, se lo impediremo le vittime del Vajont non moriranno mai!- E per assurdo quell’anziano pompiere trovò la maniglia per aprire quella porta che i giovani pompieri avevano con testardaggine serrato. Si sentirono importanti, investiti di una missione che solo chi aveva vissuto quell’impresa poteva compiere. Solo adesso si sentirono dei Vigili del Fuoco a tutti gli effetti, mai più in Italia un altro Vajont fu l’unanime pensiero! La licenza fu un qualcosa di impagabile, Carlo entrò nella piazzeta del paese stanco con il passo di un veterano che torna dalla guerra. Abbracciò i suoi vecchi, poi seduto sugli scogli guardò il tramonto, il sole che pigro calava dietro l’orizzonte sotto un cielo rosa. Era lontano il tramonto di Belluno, era lontana la grande diga, ma I suoi occhi chiusi la rivedevano ancora di fronte a lui. Poi si addormentò e finalmente era il profumo del mare quello sentiva, era il suono delle onde quello lo cullava. Poi il sonno lo vinse ed udì per ultimo il fischio lontano del treno alla stazione.
JOHN THE FIREMAN di Alessandro Mella
Nasce questa breve narrazione dalla volontà di raccontare ancora una volta la storia dal punto di vista di noi pompieri. Ricordo con questo brano il valore dei pompieri inglesi durante l’ultimo conflitto mondiale.
Perringe Hill è una piccola comunità a sud di Londra, seimila anime affacciate sulla Manica. Il paese vive intesamente attorno a se stesso, per la strada principale si incontrano ad orari precisi il carro del vecchio Fitzgerard il vaccaro degli Smithson che porta il letame tirato da un vecchio mulo, più tardi alle 8:00 il camioncino del lattaio ed ogni tanto il vecchio agente Hangie Fordson che passeggia facendo volteggiare il manganello nella mano destra. Se si passa poi attorno alle 8:15 davanti al “King Richard Pub” è facile vedere l’anziana Finnegan che raccoglie il marito accolato di fianco all’ingresso con in mano l’ultimo bicchiere e con in corpo alcool a volontà. Insomma un piccolo paese come tanti con I suoi personaggi, le sue avventure, le sue storie ed I suoi problemi. Nel Dicembre del 1939 viveva nella “Jank Road” il vecchio Robinson Hull, un veterano del 1914-18, prode soldato era tornato dalla Francia con la Victoria Cross dopo aver assaltato un trincea tedesca a Verdun. Padre di molti figli, I più si erano arruolati come allievi ufficiali nella RAF o nella Marina di sua Maestà. Gran disappunto provò il veterano quando John il più scalcinato figliolo fu rifiutato dall’esercito perchè troppo giovane. Era il suo cruccio più grande ed il figliolo un sacco d’ossa vestito e calzato, lo sapeva bene. La svolta di John avvenne la mattina in cui inforcata la bicilcetta arruginita e sverniciata di sua madre, si recò alla ricerca di un po’ di torba in campagna. Passando davanti alla stazioncina della Polizia notò all’improvviso un manifesto dai colori e dal messagio intrigante. Non seppe resistere a quell’invito, e pensò che se la patria non lo aveva voluto al fronte in Europa allora lo avrebbe tollerato in quello che I suoi compatrioti avevano battezzato l”home front”, il fronte interno. Dopo un paio di giorni giunse la convocazione attesa e lui corse a mostrarla al padre che sonnecchiava appresso al caminetto. Strappo un sorriso di compiacimento a quel vecchio soldato ed allora capì che il suo babbo ora era realizzato e fiero anche di lui. Nel cortile del municipio furono tutti allineati e un sottoufficiale panciuto spiegò loro il dovere di ogni ausiliario del nuovo “Auxiliary Fire Service”. John si avviò dopo qualche ora verso casa con l’intendimento di dare tutto se stesso al corso che l’attendeva. Spalancò la porta e sua madre restò pietrificata nel vederne la nuova figura. Due stivali di pelle nera e lucida salivano al ginocchio, una giubba doppio petto blu era stretta da una cinta con appeso il piccozino. Al petto il fregio rosso con la scritta AFS PERRINGE HILL e la mschera antigas nella borsa appesa al collo. In testa un berretto rigido blu ed appeso alla borsa l’elmetto verde tondeggiante. Quelle ore di corso volarono e ben presto John incontrò la bestia, il fuoco. La casermetta fu ricavata in una rimessa del municipio. Vi trovavano posto le brande ed Leyland autopompa con scala a sfilo. Nella nebbia di una notte britannica alla porta bussò qualcuno con affanno e grande fu lo stupore nel vedervi il Fitzgerard con il suo odore di letame e stalla. I fari oscurati dell’autopompa, correvano nella città spenta verso il fienile che nel bruciare illuminava l’orizzonte come se l’alba fosse arrivata troppo presto per scacciare la notte. I tubi correvano verso le fiamme e le lance abbattevano con getti d’acqua gelata il muro di fuoco. Nella aria si alzavano I fili di paglia e fieno che il fumo portava verso l’alto e poi lasciava ricadere, il crepitio delle fiamme era per un giovane pompiere come un il canto di una fascinosa sirena su uno scoglio. Ci vollero ore ma quei ragazzi volenterosi ebbero ragione delle fiamme e verso metà della giornata successiva già arrotolavano I tubi bagnati. Tornando John si guardò, poi s’annusò, come si sentiva grande con il volto annerito dal fumo e la divisa puzzolente ed impregnata dallo stesso. Era il loro primo vero incendio, ma era niente quello rispetto a ciò che I mesi successivi avrebbero voluto da loro. C’era una guerra, c’era il Maresciallo Goring oltre il mare, I suoi aerei voraci in attesa di distruggere Londra. Il paesello era in linea teorica sulla rotta che gli apparecchi della Luftwaffe avrebbero seguito verso la capitale e ritorno. Non ci sarebbe stato da stupirsi se tornando indietro si fossero alleggeriti del carico rimasto, su di loro. La sirena antiaerea fu montata sul campanile della chiesa che s’affacciava sulla piazza. Quando qualcuno aveva avanzato l’idea di trasformare la cripta della chiesa in rifugio il reverendo Stanly un anglicano di ferro, era piombato in municipio stizzito e spaventato. Poi il rifugio si fece nelle cantine dello stesso comune e la questione si chiuse con lo spirito diplomatico dei vecchi galantuomini britannici. Passo quasi un anno in cui john si fromò come pompiere e come uomo districandosi tra gli interventi più disparati, come quando la vacca preferita dal Fitzgerard si perse nella foresta di Witmby. E venne così il periodo della guerra aerea del 1940, nelle notti il rombo degli Heinkel germanici scuoteva il paese e le bombe la prima volta fioccarono nella cittadina vicina dove un vecchio stabilimento produceva materiale per l’esercito. Alle due della mattina squillò il telefono del corpo ed il Leyland si lanciò verso la città vicina ad aiutare I colleghi. Non c’era bisogno di nulla per arrivare alla città, il bagliore dei tanti incendi che la sconvolgevano illuminavano il panorama di un rosso intenso, tanto vivo quanto grande era la distruzione che seminava. Il colore riflettava nei loro occhi e le fiamme si vedevano lontane. L’autopompa mangiava celere gli ultimi tratti di strada sterrata che conducevano alla cittadina quasi come se il ferro ed il legno che la componevano avessero acquisito umana sensibilità e sentissero la drammacità del momento. Lingue di fuoco si levavano in alto da ogni angolo della città e le ombre scure dei soccorritori si muovevano meccanicamente tra la foschia ed il fumo. Si trovò a metà della via che avevano imboccato entrando nella città, un ufficiale della Brigata locale ed a lui si rivolsero per sapere dove andare. Fu una casa di fronte da cui si sentirono delle grida il luogo dove operare alla ricerca dei sopravissuti. Il crollo aveva lasciato integri pochi tratti delle mura perimetrali che tra l’altro erano ormai instabili e traballanti. Iniziarono a scavare con picconi e pale spostando travi e macerie fino ad arrivare vicino a quelle voci stanche e disperate. Poi gl iarnesi divennero pericolosi e si dovette proseguire con le mani. Tale era la volontà profonda e radicata di salvare quelle vite che niente potè fermarli. Non si fermarono quando il sangue colò dai mille tagli che si erano procurati sulle palme delle mani, non si fermarono quando le macerie ancora calde ne ustionavano la pelle. Era una forza istintiva e misteriosa quella che li rendeva immnui al dolore, forti come buoi e resistenti come un antico guerriero. Poi dopo ore finalmente quelle creature sfortunate furono restituite alla superficie, sottratte in una gara dura e spietata alla morte. C’erano tutti, I due genitori con I figli e l’anziano nonno, coperti di polvere, feriti e stanchi, ma vivi. I volontari civili, portarono via quella famiglia salvata da quei pompieri come tutti I pompieri quasi eroici, e dopo pochi secondi tutti quei mali che la forza della speranza aveva domato si impossessarono di loro. Qualcuno tossiva perchè la polvere delle macerie ne aveva impregnato I polmoni, I più soffrivano per come si erano ridotti le mani. Le rinfrescarono con un poco di acqua fresca poi le bendarono alla meglio e dopo quasi quattordici ore di duro lavoro tornarono al paese. Nel percorrere la via del ritorno John ascoltava il dolore pulsante delle sue bruciature, ad ogni pulsazione egli pensava al battito vivo dei cuori di quella famiglia che le loro mani indaffarate e frettolose avevano riportato alla vita. Che gioia sentiva dentro, che dolce e misterioso senso di pace interiore l’avvolse al pensiero di aver fatto la propria parte in quella nobile azione. Passorono I mesi, e l’uno dopo l’altro si sovrapposero e fecero gli anni che avevano visto il ribaltamento delle sorti della guerra. Le armi segrete tedesche verso la fine avevano flagellato tutta la sua terra ed ora John che era un pompiere veterano aspettava come tutti di vedere la bandiera brittanica a Berlino. Quando la guerrà finì, egli salì passeggiando sulla collina che dominva Perringe Hill. Si accomodò su di una pietra ed accese la vecchia pipa che suo nonno aveva portato dalla Germania quando aveva preso quella palla di moschetto in una gamba a Waterloo. Guardava le macerie, le case integre e la piazza dominata dal campanile. Pensò a tutti gli incendi, a tutte le bombe, a tutto il lavoro che aveva fatto dal giorno in cui ragazzeto aveva vestito quella giubba blu. Poi aspettò che il sole pigro e sonnecchiante calasse lento dietro l’orizzonte. Guardò la lune farsi il suo spazio nel cielo ed accomodarsi tra le stelle. Poi quando il rosa del tramonto lasciò il palcoscenico al buio della notte, lasciò la sua pietra e ripose in tasca la pipa ormai spenta. I suoi passi nella notte rimbombavano e riflessi dall’eco echeggiavano come un battaglione in marcia. Entrò in casa e posò il berretto sul tavolaccio, poi si gettò sulla poltrona e riempito il bicchiere sorseggiò un brandy tenuto sveglio dal russare incessante del vecchio padre e dal crepitio del fuoco nel caminetto che ancora ardeva in qualla notte di tarda primavera del 1945. Il brandy rimise in moto la sua mente e finalmente capì la strana sensazione che provava. Nulla di così turbante se non la difficoltà a capire ed ad accettare quella realtà. Ma il titolone del giornale era lì sulla panca. La Germania aveva firmato e dopo quasi sei anni era finalmente scoppiata la pace! |
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6 MAGGIO
Però,stasera, sono in orario, oggi è andata bene : sono già qui, nel solito baretto ad aspettarti, in questa Udine così primaverile, in questo Friuli così verde. Non è stata una giornata pesante, grazie al cielo ! Vedrai, quando arrivi: ti sembrerà strano vedermi fresco di barba e..lo prometto : non ti parlerò né dell’auto volata nel canale, né di quella signora che aveva dimenticato le chiavi in casa, ed insisteva – a porta aperta – perché bevessimo tutti un po’ di Slivovitz come ringraziamento.. No: stasera parleremo del fine settimana, che sarò di libera, di riposo, chiamalo come vuoi, Dani, ed andremo giù, verso Grado o verso Lignano, o dove vuoi tu, magari poi dietro la pineta, eh ? Si’, ma avevi detto alle otto e tre quarti: sei in ritardo tu, però, stasera !! Sono quasi le nove : Beppe, il barista ride e mi strizza l’occhiolino mentre fisso l’orologio e seguo i miei pensieri che si perdono fino a quei bicchieri, a quelle bottiglie che tremano violente, alla sedia del bancone che vibra come un budino, ed i secondi che sembrano minuti, mezze ore, tra la luce che balugina…Dio bòn, che botta..ed ora io e Beppe siamo in strada, e la gente si riversa senza capire, si’, cioè ha capito che è stato un forte terremoto, troppo forte per essere troppo lontano, anche se la terra sembra ora quieta. Beppe, diglielo tu alla Dani, corro un attimo in caserma poi torno; forse e’oltre il confine, in Jugoslavia, boh, ma io in caserma ci torno, ci corro perché le prime sirene lacerano come una frustata l’aria immobile.. Ma quando arrivo in caserma ? piazzale Cadorna è così distante stasera, o mi tremano le gambe mentre pedalo ? No, non l’ho vista, la carraia, sono entrato a perdifiato mentre
un’ambulanza “Romeo” usciva. Nessuno di noi parla, mentre partiamo sul camion, solo la radio gracchia. La “seconda” è già in posto : un cornicione pericolante ? forse dai, non è cosi’ grave. Piazzale Osoppo, viale Volontari, Chiavris, e guardi su verso la Carnia la strada sempre diritta come una lama di coltello, con quella gente ai bordi, mentre le lampare fendono azzurrastre l’aria sempre piu’ tiepida, sempre più immobile, quell’aria che – chilometro dopo chilometro – si fa polvere nell’oscurità. Non aspettarmi, Daniela- penso - non è niente, cioè si’…
cioè.. te lo spiegherò domenica, giù al mare. |
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| IN RICORDO DEL Capo Reparto VV.F. SALVATORE DI STEFANO Messina, 08/10/1956 + Tirano 25/03/2004 commiato del V.V Lorenzo della Frattina in occasione delle Esequie Caro Salvatore, ci sono dei momenti- nella vita - nei quali non si vorrebbero mai scrivere certe parole. In questa circostanza, questo breve scritto viene dal cuore di tutti noi tuoi Vigili. Ogni uomo, durante la propria vita, lascia una traccia, a volte labile, a volte marcata. Tu ci lasci una traccia indelebile, una traccia che nè il tempo e le circostanze potranno mai cancellare. Hai saputo insegnare, nella famiglia, nel lavoro, nella vita quotidiana, dei valori che ti hanno sempre reso onore. Nemmeno nei momenti, in cui il peso della malattia s'è fatto grave, ti sei lasciato piegare: hai dimostrato - nella sofferenza - quell'attaccamento alla vita che distingue gli uomini forti, gli uomini ricchi di virtù, quasi volessi tenere sempre viva la fiammella che campeggia sull'elmetto di ogni Vigile del Fuoco. Sulle nostre vette che tu, uomo della nobile Sicilia, hai amato, svetta sempre una croce. Tu hai portato la tua croce con dignità, guardando sempre con fiducia ad un futuro che - noi tutti - abbiamo intimamente sperato potesse risollevarti. Si dice che, tutto cio'che accade, accade per farci salire e siano questi
i gradini che Dio ha scelto lui stesso per ognuno di noi. Le scale dei
tuoi Vigili del Fuoco svettano sempre verso il Cielo; questa volta, hai
percorso una scala piu'lunga e faticosa : è stata la salità
più dura, ma, siamo certi, che, all'ultimo gradino, qualcuno dal
Cielo stesso, ti abbia teso una mano, per condurti con dolcezza nel regno
dei giusti, da dove ora vegli per sempre, sulla tua adorata famiglia,
su tutti i tuoi cari e su tutti noi che ti abiamo voluto bene. |
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